La Milano contemporanea nel segno di Pietro Ricca

Intervista a Pietro Ricca, docente di Tecniche di Visual nel nostro Master in Grafica Pubblicitaria➤ in occasione della sua mostra “Milano in punta di penna – Architettura e paesaggio 1920-2016″

Come mai Pietro Ricca, un illustratore siciliano cresciuto culturalmente e professionalmente a Venezia ha dedicato un libro alle architetture di Milano?
Nel 1974, per motivi di lavoro, ho fatto il mio primo viaggio a Milano, per realizzare un paio di disegni, da inserire in una brochure per Coin, dell’edificio di Piazza 5 Giornate dove quei Grandi Magazzini aprivano una nuova filiale.

Vi sono arrivato con i pregiudizi che può avere, normalmente, un giovane che da bambino aveva ascoltato i resoconti che arrivavano da ambienti dell’emigrazione, e in particolare di mio padre che, giovane militare, sbandato dopo l’8 settembre 1943, vi era rimasto fino a maggio 1945, me la descriveva semidiroccata a causa dei bombardamenti e caratterizzata dal clima freddo e cupo, da ristrettezze di tutti i tipi, insicurezza per la propria vita. Insomma una città in bianco e nero e tantissimo grigio. Invece si è rivelata gaia, colorata, vitale e propositiva.

Un’autentica scoperta, quindi.
Certo, ma non avevo ancora gli strumenti culturali per leggere e capire l’architettura che mi circondava, (ovviamente non avevo problemi con il Duomo o le altre chiese, edifici come Palazzo Marino o il Teatro alla Scala, l’architettura di fine ottocento/primo novecento, l’architettura Liberty , l’architettura contemporanea che, invece risaliva agli anni trenta etc.) ma già provavo una ammirata soggezione nei confronti dei tanti edifici “moderni”, “monumentali” che in maniera semplicistica etichettavo come architettura “fascista“ (invece, ho capito poi, era architettura in stile déco di Portaluppi, il primo Giò Ponti, Martinenghi, Minali, Greppi, Muzio, etc.) e dei grandi viali che sembrava non finissero mai.

Cosa ti colpiva di più?
Apprezzavo la disinvoltura con cui venivano elaborati e riproposti i tradizionali elementi architettonici costruttivi che quotidianamente avevo sotto gli occhi a Venezia: l’arco, i pilastri, le colonne, le cornici marcapiano, i portali, i timpani, le cornici di finestre e portoni, i capitelli. Su tutto mi hanno colpito la cura dei dettagli architettonici e le rifiniture che dopo 70-80 anni continuano ad essere di una modernità insuperata e gli elementi costruttivi, mediamente, in ottimo stato di conservazione (segno della perizia tecnica dei progettisti nella scelta dei materiali e delle maestranze per la messa in opera). Adesso, se, con due parole, dovessi definire l’architettura moderna di Milano, direi che è un’architettura fatta di dettagli. Fin dagli anni trenta Milano ha avuto la più alta concentrazione di bravi e innovativi architetti che hanno fatto la storia dell’Architettura Italiana e grande l’Architettura Italiana nel mondo. Da quella volta è nato il mio interesse per questa Città e le visite si sono susseguite con maggiore frequenza.

Quindi ci sei tornato, anche per lavoro, immagino.
Ogni settimana, con l’enorme cartella del portfolio sottobraccio giravo a piedi da un punto all’altro della Città per sottoporlo all’attenzione dei responsabili delle varie Agenzie Pubblicitarie per tessere collaborazioni freelance.

La tua vita professionale che conosciamo ed apprezziamo da molti anni. E poi?
Poi, quando dopo oltre 35 anni di professione ho deciso di mettere in secondo piano l’attività di illustratore per dedicarmi al disegno “artistico”, cioè, il tipo di disegno che deve evocare, far pensare, far vedere sotto un altro e più innovativo punto di vista un qualcosa che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, ho pensato proprio a Milano.

Perché Milano?
Perché dovevo trovare il soggetto del disegno e la sua motivazione. L’architettura di Milano è stato l’uno e l’altra, per i ricorsi della storia: ho iniziato la carriera professionale di illustratore disegnando un edificio di Milano! Non si trattava, quindi, di soltanto di scegliere un nuovo soggetto, bensì di inaugurare una nuova stagione delle tua attività.

Come è stato il passaggio da illustratore ad artista?
Dovendo costruirmi anche uno stile grafico personale, poiché non praticavo questo tipo di segno da oltre 40 anni, ho iniziato copiando i quadri simbolo di Milano ospitati all’Ambrosiana, cantieri edili, architetture, e studiando come i grandi artisti e le correnti artistiche del Novecento avessero affrontato il tema della città, in particolare di questa: Futuristi (“la Città che cresce” di Boccioni), Sironi, De Chirico e la pittura Metafisica (questa città fatta di ferro, asfalto e cemento è di per sé metafisica). I disegni risultavano però troppo stilizzati, “troppo artistici” e poco “leggibili” più adatti a finire in cornice che sulle pagine di un libro a corredare un testo. Infatti, non avrebbe avuto senso commentare e descrivere un edificio quando la relazione con la sua rappresentazione grafica risultava molto labile. Così, il segno, per fasi successive, è ridiventato più “pulito” e ordinato e i soggetti molto più leggibili: ecco perché c’è molta differenza tra i primi disegni realizzati nel 2011 e gli ultimi di marzo 2017. Nel frattempo ho cercato di immergermi completamente nell’atmosfera della Città leggendo o rileggendo tutto quello che vi è stato scritto e rivedendo, con altri occhi, i tanti film che vi sono stati girati etc.

Una maturazione stilistica in progress che ha privilegiato un’atmosfera ben definita, quindi.
Sì. La mia scelta si è indirizzata verso una rappresentazione di tipo metafisico dove gli edifici devono apparire nella loro fisicità, per quello che sono, una presenza, un volume nello spazio urbano (ho cercato di ripristinare lo stato degli edifici negli anni in cui sono stati costruiti), con uno sganciamento dalla realtà quotidiana, dal tempo e senza riferimenti (se non le automobiline), infatti, non figurano persone, tendine alle finestre (le finestre tutte aperte o tutte chiuse), insegne dei negozi, lampioni e altro arredo urbano. Gli edifici sono avulsi dall’ambiente circostante. I miei soggetti sono costituiti, nella maggior parte da “anonime” architetture, quasi sempre ripresi dall’angolo, (ma note agli storici perché hanno costituito degli archetipi, modelli per le architetture successive).

Ed hai lavorato con il tuo stile meticoloso, ricco di dettagli, che apprezziamo, ma questa volta non abbiamo più le visioni “a volo d’uccello” che spesso ci proponevi.
Questa volta il punto di vista è quello dell’osservatore che cammina per strada con il naso all’insù, la visione è da grandangolo in quanto dilato artificiosamente gli spazi e, a volte, vado oltre in quanto faccio vedere scorci di facciata che si vedrebbero solo cambiando posizione. In base a quello che voglio mettere in evidenza uso 2-3 diversi punti di vista (come se mi trovassi contemporaneamente in 2-3 punti o altezze diversi: anomalia che nessun osservatore riesce a notare).

La percezione avviene in maniera dinamica, pertanto, l’immagine che si forma nel nostro cervello è l’insieme di tante immagini parziali (come nei film). Tante volte, specialmente in presenza di strade strette (o edifici molto alti), cortili angusti, la visione completa dell’edificio non può avvenire con un unico colpo d’occhio, pertanto, alzando gli occhi tutte le linee verticali (per un noto principio fisico-ottico) si inclinano convergendo verso un punto in alto all’infinito, mentre tutte le linee orizzontali convergono vertiginosamente verso due punti posti ai due lati. Andando contro questi principi i miei edifici hanno le linee verticali rigorosamente diritte e le linee orizzontali che convergono dolcemente verso i due lati, quindi, una visione irrealistica, innaturale, cioè, metafisica (senza voler scomodare le teorie di Giorgio De Chirico).

Graficamente i segni hanno tutti lo stesso spessore e tutti rigorosamente paralleli e “orizzontali”: il loro diradarsi o addensarsi (il chiaroscuro) determina la “plasticità” dell’edificio. Gli edifici non sono monocromatici: sia alla luce che all’ombra una parete di mattoni rossi è più scura di una con intonaco chiaro. Spesso la luce soffusa alleggerisce il peso degli elementi architettonici; in certi disegni la luce brillante è alle spalle degli edifici e i dettagli architettonici non sono immediatamente visibili; altri ancora presentano arbitrarie ampie zone di penombra per aggiungere un senso di mistero e limitate zone di luce per aggiungere un senso di elevazione, apertura al futuro, crescita.


Pietro Ricca Nasce a Modica (RG) nel 1951. Frequenta l’Istituto d’Arte di Comiso (RG), il Corso Superiore di Disegno Industriale di Venezia e la Facoltà di Architettura di Venezia, dove si laurea nel 1976. Ha insegnato Progettazione Grafica e Tecniche dell’Illustrazione all’Istituto d’Arte di Venezia. Collabora con la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia come docente di “Tecniche del Visual”. Lavora come illustratore freelance per Agenzie di Pubblicità e Case Editrici. Ha illustrato e pubblicato libri, cartelle di incisioni e partecipato a mostre in Italia e all’estero.  Opera, principalmente, nel campo della pubblicità e dell’editoria per l’infanzia, scolastica e scientifica.

Crediti.
“Milano. Architettura e paesaggio 1920-2016”. Disegni di Pietro Ricca. Testi di Alessandra ed Eleonora Zorzi, Supernova, Venezia 2016, pubblicato in occasione della mostra “Milano in punta di penna” Spazio espositivo “Seicentro” via Savona, 99 Milano, dal 7 al 14 ottobre 2017.

Nelle immagini, alcune architetture di Giuseppe Martinenghi